Get Black! Trasmissione di Radio Città Fujiko - Bologna 103.3 FM - Venerdì H. 21 - Franz Inkiostro Fabio Woland Francesca Studio Grado Zero Max Offlaga Disco Pax
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Un post a mo' di Offlaga Disco Max sulla puntata del venerdì passato

Il primo ricordo che ho sono io che a nove anni vomito dietro le quinte del Teatro Stabile di Trieste. Mia madre ha una parrucca del Settecento in testa, una sarta intorno che le ricuce gli spifferi, un pennello da fard in mano. Ripete la battuta d'entrata, ripete, ripete. Io vomito. L'appendicite comincia dietro alle quinte del Teatro Stabile di Trieste. La sarta dimette le sue ricuciture, dà un calcio in culo a mia madre imparruccata e paralizzata dal mio vomito, la fa entrare in scena, e mi porge un catino. Mia madre probabilmente dirà la battuta d'entrata, qualcosa come: "Mi avete fatto chiamare, Signore?", è un dialogo a più personaggi, appena può esce dalla scena, vedo la sua parrucca entrare e uscire dal bagno alle quinte al palco, io sono nel bagno, trascinata dalla sarta. Vomito. Mia madre prende gli ultimi applausi col sorriso tirato. Ancora il pubblico è in sala, ma lei è già fiondata su di me. Mi porta al primo ospedale della città straniera. Mi opereranno di lì a dieci giorni. Mia madre ha ancora la parrucca del Settecento in testa, quando il medico le dice: Peritonite.

Io, per gran parte della mia infanzia, ho avuto una madre solo di lunedì. Il lunedì il teatro è in vacanza. Come i parrucchieri e le osterie. Mia madre tornava dalle città straniere, qualche residuo di trucco ancora sulla faccia, il lunedì mi portava a scuola lei, per me era importante, anche se sbadigliava un casino. Il saluto del martedì mattina era sempre silenziosamente arrabbiato, io ero arrabbiata, odiavo il teatro. Quando si poteva, mi si teneva dietro le quinte. Appunto.
Non ti muovere
Non mi muovo
Sennò inciampi nei cavi dei riflettori
Non mi muovo
Non toccare gli oggetti di scena
Non li tocco
Provami le battute, va'
Ti provo le battute.

Le correggevo tutti gli ah in oh, di Goldoni. Se preoccuparsi diventava impensierirsi facevo la fetente e le dicevo non la sai. La sai tutta? era il mio saluto arrabbiato del martedì mattina.

Il secondo ricordo potrebbe essere che io sono stata bambina mentre scoppiavano bombe a caso nelle varie stazioni dello stato. Mia madre prendeva qualcosa come trenta treni alla settimana. Mio padre l'ho visto alzare il volume del tg più volte, mettersi le mani nei capelli più volte, chiamare hall di alberghi bolzanini e addormentarsi di fianco al telefono grigio della sip.
Mia madre è sempre tornata, il lunedì.
Così l'ho invitata in radio. Ho pensato che non è vero, come sostiene qualcuno, che nella vita si perde più di quanto si possa riavere indietro, e l'ho invitata. Se mio figlio da grande mi invita a un rave party organizzato da lui, io sarei felice, ho pensato. Così l'ho invitata in trasmissione. Che non è propriamente un rave party, ma molto meglio.

Continuo a odiare il teatro. Mia madre è invecchiata e non se ne va più in giro a prendere treni. Continua a recitare come se fosse una ragazzina, anche oggi, anche qui, con una figlia che odia il teatro e il mondo che di certo non fa niente per, ma tanto lei non se ne accorge.

Secondo me, la parrucca non se l'è mai tolta.

Il podcast alla trasmissione con mia madre lo trovate al solito link, più in alto.

Buio in sala.
Sipario.

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